La Notizia Giusta

Wikipedia, un modello in declino?

Posted by luca Ajroldi dicembre 9, 2009, under Attualità | Commenti disabilitati

geotagged_wikipedia E’ bastata la mappa dei paesi da cui giungono i contributi alla nota enciclopedia online, accostata ai numeri della ricerca dello spagnolo , secondo cui l’edizione in lingua inglese ha perso circa 50mila editors nei primi tre mesi del 2009, perchè si decretasse la fine del , del modello partecipativo e soprattutto del citizen journalisms.

Al di là delle cifre, su cui Wikimedia Foundation ha avuto molto da ridire, risulta ancora il 5° sito più visitato al modo. E’ cresciuta grazie al contributo volontario degli internauti che – ribadiamo – volevano realizzare un’enciclopedia, non un portale di giornalismo cittadino come Agoravox o GlobalVoicesOnline.

si trova a fare i conti con la possibile saturazione degli argomenti, cosa che non sembra sfiorare invece in giornalismo partecipativo; si veda il numero di blog e siti web che vengono avviati di anno in anno.

Per quanto sia legittimo mettere in discussione il lavoro volontario, come fa Massimo Gaggi sul Corriere.it, insinuando che diventi in qualche caso una tecnica per eludere le norme sul lavoro – se proprio si vuole prendere in considerazione la cosiddetta emorragia di per fare l’elogio del giornalismo tradizionale – siamo certi che gli stessi meccanismi non si ripropongano nelle redazioni dei giornali? Nei casi – molti – in cui i collaboratori vengono pagati pochi euro ad articolo, si può parlare di giusto riconoscimento di un lavoro?

E ancora, tornando alla mappa unidirezionale dei contributi, scrive Marco Bardazzi de La Stampa: “con tutti i difetti che possono avere i nostri giornali e i nostri Tg, credo si possa dar atto del fatto che almeno tentano di tenere uno sguardo più ampio sul mondo, che spazia dalle elezioni presidenziali in Bolivia, alle crisi dell’Africa centrale e al futuro dell’economia in India”.

Chissà se la pensano allo stesso modo PeaceReporter o Medici Senza Frontiere.

Nel fare l’analisi di quella foto bisognerebbe prendere in considerazione il digital divide dei Paesi in via di sviluppo, zone dove il giornalismo partecipativo diventa occasione di sviluppo ed emancipazione.

Fortunatamente i giornali hanno dato prova di saper sfruttare, al momento giusto, la Rete come strumento collaborativo, integrarlo alle attività “tradizionali” per ottenere un riscontro maggiore dall’opinione pubblica. Ne stanno dando prova negli ultimi tempi con le iniziative avviate in occasione della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Oppure, accade sempre più spesso che certe notizie ribalzino sulla Rete con un’insistenza tale da riuscirsi a ritagliare uno spazio anche sui media più tradizionali. Per non tirare in ballo ancora una volta il caso Iran - dove le proteste proseguono e le uniche immagini sono quelle raccolte dai giovani manifestanti – un esempio più prossimo potrebbe essere quello dei decessi misteriosi avvenuti nelle carceri: sui blog se ne parlava già da molti anni prima che le televisioni trovassero il coraggio di raccontare.

Concludo riportando il commento di Frieda Brioschi di WikiMedia Italia perchè mi sembrano le parole di chi sporcandosi le mani con l’innovazione è consapevole dei rischi: “ è un esperimento in corso: nessuno sa quale sia la dimensione ottimale della community, men che meno la dimensione minima sufficiente.. in ogni caso valutare il progetto solo in maniera numerica (di qualsiasi aspetto si parli) mi sembra un po’ sminuente”.

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